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Mostre e palpabili verità: gli sguardi di Anna Ottani Cavina

Mantova, 18 set. (askanews) - Un viaggio dentro l'arte, per raccontare un tempo in cui le mostre erano un luogo un po' magico e unico, nel quale confluivano "le intuizioni della critica e nuove palpabili verità". E' ricca quanto i suoi contenuti la prosa di Anna Ottani Cavina, docente di Storia dell'arte a Bologna e alla John Hopkins University, che trova una degna cornice nel libro "Una panchina a Manhattan", che esce nella collana Imago dell'editore Adelphi.

L'abbiamo incontrata a Mantova, ospite di Festivaletteratura, e le abbiamo chiesto cosa resta oggi di quell'epoca di mostre storiche. "Recuperare qualcosa di quella storia è possibile - ha detto ad askanews - penso però che quella sia una stagione che si è consumata. Avremo altre cose, un altro modo di leggere. Intanto parlo di un momento nel quale le grandi esposizioni erano molto poche, avevano un tempo di gestazione molto lungo ed erano condotte sostanzialmente dai curatori dei musei, c'era un momento in cui la cosa nuova, la ricerca, veniva portata a un largo pubblico".

Un pubblico che, a quel punto, vedeva schiudersi davanti due grandi vie interpretative. "O queste esposizioni ci portavano sotto gli occhi degli artisti che si erano inabissati, dimenticati e che poi sono diventati grandissimi - ha aggiunto la professoressa - come Georges de La Tour, che è uno dei grandissimi del Seicento insieme a Vermeer, a Velazquez e a Caravaggio; oppure in altri casi si sceglievano degli artisti che erano sempre stati dei mattatori, per esempio Matisse, ma con delle angolazioni che rivelavano delle cose molto importanti".

Ma nel libro, una raccolta che si nutre delle lezioni di grandi storici dell'arte come Robert Rosenblum e Federico Zeri, brillano molte altre storie: da Ingres con le sue odalische-ninfea ad artisti quasi ignoti come il danese Eckersberg, passando per John Ruskin e David Hockney. Ma Anna Ottavi Cavina non dimentica di guardare anche al presente e a quello che la tecnologia permette di fare oggi.

"Il digitale, possiamo lamentarci per tanti aspetti, però in qualche modo ha quasi neutralizzato questa esigenza febbrile che c'era di andare a vedere direttamente le cose, perché mai più avremmo avuto questa occasione di trovare raccolte insieme queste opere - ha concluso la studiosa -. Il digitale oggi ti permette una lettura ad alti livelli, ad alta definizione, che cambia completamente il rapporto, che non è più un rapporto diretto e tattile, che era assolutamente necessario per una certa stagione".

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