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Coronavirus: quanto è pericolosa e come si cura la polmonite da virus Sars2-CoV-2019

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02 MARZO 2020 11.863 visualizzazioni

Essere correttamente informati sul coronavirus aiuta ad evitare inutili allarmismi e a mettere in atto semplici, ma efficaci misure preventive: in alcuni casi, nelle persone contagiate può svilupparsi la polmonite, dovuta ad un’eccessiva risposta delle difese immunitarie dei singoli individui.

 

Dopo essere entrata nei polmoni tramite la trachea, l’aria prosegue il suo percorso nei due bronchi e via via in tutte le loro ramificazioni sempre più piccole, fino ad arrivare a circa 300 milioni di alveoli, microscopiche sacche che oltre a contenere i gas, sono anche irrorate dai vasi sanguigni.

 

Le pareti degli alveoli sono sottili e traspiranti e questa caratteristica permette lo scambio al loro interno tra ossigeno e anidride carbonica: il prodotto di scarto contenuto nel sangue, infatti, rientra nei polmoni grazie a queste sacche e risale in tutto l’apparato respiratorio, fino ad essere espulso dalla bocca con l’espirazione, mentre il prezioso ossigeno inspirato entra in circolo “agganciandosi” all’emoglobina contenuta nei globuli rossi, per poi raggiungere tutto il nostro corpo, comprese le parti più periferiche.

 

Il sopraggiungere della polmonite, in questi casi definita di tipo “interstiziale”, si deve ad una seria infiammazione che altera in maniera significativa il processo di interscambio che avviene negli alveoli, ripercuotendosi non solo sull’apparato respiratorio, ma anche su tutto il resto dell’organismo: maggiore è la quantità di tessuto polmonare interessata dall’infezione, maggiore sarà la gravità delle condizioni di salute della persona colpita e viceversa.

 

In presenza di polmonite conseguente a coronavirus Sars2-CoV-2019, la difficoltà di respiro nei pazienti aumenta significativamente e può essere associata anche a fastidiosi dolori toracici: ogni caso va trattato singolarmente e la tempestività di intervento fa sempre la differenza, perché evita rischi di danni a lungo termine.

 

Se per alcuni pazienti può essere sufficiente la somministrazione di ossigeno-terapia fino alla guarigione del soggetto, in altri si deve ricorrere all’intubazione in terapia intensiva, per sostenere la respirazione attraverso un apposito apparato medicale.

 

Nei casi estremamente gravi, infine, si arriva all’impiego della tecnica di circolazione extracorporea chiamata ECMO, Extracorporeal Membrane Oxygenation, che in pratica sostituisce in toto la funzione polmonare, drenando il sangue dall’atrio destro del cuore, ossigenandolo e epurandolo dell’anidride carbonica, per poi rimetterlo in circolo nelle arterie.

 

A cura di Federico Mereta, giornalista scientifico.

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