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CURIOSITÀ 07 MAGGIO 2020

Cos’è la sindrome del prigioniero?

Le abitudini sono dure a morire, si dice: ognuno di noi, fin dalla più tenera infanzia, tende a crearsi una personale zona di comfort in cui si sente protetto, soprattutto dai cambiamenti che, più o meno inaspettati, spaventano anche gli individui più forti.

 

Per spiegare lo smarrimento che molte persone dichiarano di percepire in vista della progressiva uscita dall’asocialità imposta dalla quarantena per coronavirus, gli psicologi parlano della “sindrome della capanna”, conosciuta anche come “sindrome del prigioniero”, coniata per descrivere l’isolamento di coloro che, vivendo in remote regioni degli Stati Uniti caratterizzate da inverni rigidissimi, rifuggono il contatto con il mondo esterno anche dopo l’arrivo del disgelo.

 

Si potrebbe dire che, dopo un primo periodo di insofferenza per l’obbligo di rimanere chiusi in casa, o più in generale di aver passato diverso tempo in ospedale o aver scontato alcuni anni in prigione, si perda sicurezza e si tenda ad avere timore di quella quotidianità sociale a cui si era stati strappati, preferendo, quindi, restare “al sicuro” nella propria “capanna”.

 

La privazione della libertà di movimento, infatti, può essere vissuta come un evento traumatico e stressante anche per i soggetti più equilibrati e il disagio nel riprendere le attività prima ritenute normali ne è una possibile conseguenza da non sottovalutare.

 

Alla condizione mentale destabilizzante che si instaura nel dover accettare situazioni mai vissute prima, come vedere le città deserte, la mancanza dell’abituale traffico infernale nelle ore di punta o non riconoscere facilmente i volti delle persone che si incontrano perché coperti dalle mascherine, possono aggiungersi anche fattori neurobiologici, insieme alla paura di essere contagiati: il corpo, infatti, si adatta alla diminuzione dell’attività fisica, quindi meno ci si muove e meno si esce, meno si avrà poi voglia di riprendere a farlo.

 

Paradossalmente, chi ha meglio gestito l’isolamento ed è riuscito a sfruttare al massimo il tempo per se stesso, per i propri hobby e per i familiari, vivrà con maggiore stress il ritorno ai frenetici ritmi precedenti: i meccanismi psicofisici di sopravvivenza, quindi, si sono attivati per farci reggere il meglio possibile l’anomalia della quarantena, fino a renderci così confortevole il confinamento da rischiare di causare non pochi problemi nel doverci rinunciare.

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