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SALUTE 08 FEBBRAIO 2021

Covid-19, perché preoccupano le “varianti” del virus Sars-CoV-2

Rimane sempre altissima l’attenzione sull’evoluzione della pandemia globale, nonostante la distribuzione dei vaccini abbia aperto nuove speranze negli sforzi messi in campo in tutto il Mondo per rallentare il contagio.

 

Si parla soprattutto delle variantiinglese”, “brasiliana” e “sudafricana”, ma sono almeno 4000 le mutazioni rilevate finora nella struttura genetica del Sars-Cov-2 che, come tutti i virus, ha la naturale tendenza ad adattarsi agli organismi in cui si insidia, modificando alcune sue caratteristiche per sopravvivere meglio all’attacco degli anticorpi.

 

Occorrerà tenere sotto costante osservazione la situazione generale parallelamente all’estendersi delle campagne vaccinali su scala sempre più vasta, che dovrebbero portare ad un grado di immunizzazione tale da scongiurare l’innescarsi di nuove criticità, tenendo conto del fatto che i test rapidi e antigenici sviluppati in base al ceppo originario del Covid-19 sono meno attendibili di quelli molecolari effettuati col tampone, perché solo questi ultimi possono essere rimodulati velocemente per rilevare anche le mutazioni emergenti.

 

Tra queste, preoccupano in particolare quelle che si trasmettono più facilmente, come quella “esportata” dal Brasile rilevata per la prima volta all’inizio del 2021 in Giappone e che da fine gennaio è comparsa anche in Italia ed altri sette paesi del Mondo.

 

Le ben undici differenze di questa variante rispetto alla forma originaria sono a carico della proteina Spike, responsabile dei caratteristici “spuntoni” che rivestono il capside del coronavirus: il problema principale, in questo caso, è che i vaccini attualmente disponibili favoriscono la produzione di anticorpi in grado di inibire la proprietà di queste spinule di legarsi ai recettori delle cellule ospiti per infettarle e ogni cambiamento nella loro struttura potrebbe, quindi, renderli meno efficaci.

 

La mutazione B.1.1.7. comparsa in Gran Bretagna, invece, si è già diffusa in una settantina di diverse nazioni e, dopo un report statunitense del centro per il controllo delle malattie, ha anche assunto la fama di essere molto più virulenta e letale della forma progenitrice: secondo i primi dati disponibili, però, la vaccinazione sembra essere in grado di contrastarne l’infettività e la conseguente diffusione.

 

Riflettori puntati anche sulla variante diffusasi in Sudafrica nel dicembre 2020 e che avrebbe già raggiunto più di trenta altri Paesi: è caratterizzata da modifiche della proteina Spike che la rendono più difficile da diagnosticare con i test attualmente in uso e che esporrebbero al rischio di nuovo contagio anche chi ha già contratto il Covid-19.

 

A cura di Federico Mereta, giornalista scientifico

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