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Cronache dalla Biennale, la vertigine perfetta di Andreotta Calo'

Venezia (askanews) - E' stata una vertigine.

Forse, ma non ci sono certezze, si potrebbe riassumere cosi' l'esperienza dell'opera 'Senza titolo (La fine del mondo)' che Giorgio Andreotta Calo' ha concepito e realizzato per il Padiglione Italia alla 57esima Biennale d'arte di Venezia, nell'ambito del progetto 'Il mondo magico', curato da Cecilia Alemani.

Un incontro, quello con il monumentale lavoro e con il suo creatore, che resta circonfuso di incertezza, che brilla in un'oscurita' tanto necessaria quanto difficile da raccontare per interposta persona.

'E' un grande paesaggio - ha raccontato l'artista ad askanews - e' un ambiente che ti prende e che ti trascina dentro, e' una visione a cui forse noi non siamo piu' abituati, per questo e' sorprendente, perche' ha una profondita', ha un tempo, ha una nitidezza, ha una sua realta', per nel suo essere artefatta e il nostro occhio non e' piu' abituato a dialogare con questo tipo di immagine.

Quindi io spero che quello che ti coglie la sopra sia tale e quale a quello che poteva cogliere uno spettatore di fronte a un grande dipinto nel passato'.

Ma cosa vediamo davvero nell'ultima grande sala del Padiglione italiano, dentro una installazione che ricorda, per forza totalizzante, l'epocale lavoro 'Double Bind' di Juan Munoz? Vediamo uno spazio inferiore organizzato intorno a dei ponteggi a cinque navate, vediamo tracce di luce e di un mondo marino sotterraneo, vediamo scale che conducono, attraversando la stretta porta che divide ciascuno dal proprio doppio, allo spazio superiore, dove ci si imbatte nella visione di un'architettura duplicata, oppure in un cancello verso l'infinito, o ancora in un riflesso acquatico delle potenzialita' di un'arte cosi' vasta da essere difficile da immaginare.

Scegliete voi.

Quello che sappiamo dal racconto di Andreotta Calo' e' che il lavoro e' nato tra L'Aquila e Amatrice nei giorni del terremoto.

Sappiamo che, per lui veneziano, l'opera ha comunque a che fare con la dimensione lagunare della sua citta' e che ha lavorato sul sito espositivo per oltre un anno.

Ma le certezze, se cosi' le vogliamo chiamare, si fermano qui.

'In un anno di tempo - ha aggiunto l'artista - l'opera si trasforma, si modifica, vive, si stacca da te e ne riesci a gestire il controllo solo fino a un certo punto, dopo diventa un'entita' a se' stante e un po' e' successo questo'.

Consapevoli del fatto che in una preview, per quanto ampia, e' assolutamente impossibile vedere tutto di un oggetto artistico come la Biennale di Venezia, ci prendiamo comunque il rischio, da cronisti, di registrare un pensiero che da piu' parti ci e' capitato di sentire, trovandolo pertinente: l'opera di Andreotta Calo' e' la cosa piu' bella di tutta la Biennale.

Ma la riposta a questa impossibile (e forse inutile) domanda cambiera' per ognuno delle migliaia di visitatori della Biennale, come e' giusto che sia.

'D'altra parte l'arte non e' democratica, e' elitaria - ha concluso Giorgio Andreotta Calo' - ma elitario non significa piu' ricco o piu' povero, e' una questione di sensibilita' e di capacita' di aprirsi e di accettarla, di accoglierla'.

E' stata una vertigine, dicevamo.

E forse colpisce cosi' tanto perche' la vita, in fondo, e' sempre una vertigine.

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