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EMOZIONI 08 APRILE 2021

Liliana Segre e il suo viaggio di andata e ritorno dall'inferno

Era solo una bambina Liliana Segre, quando fu strappata prepotentemente dalla sua vita e portata ad Auschwitz: il 30 Gennaio del 1944, salendo a bordo di un vagone al binario 21 della Stazione Centrale di Milano, iniziò il suo viaggio per l’inferno.

“Nel 1944, quando fummo deportati a Birkenau, ero una ragazza di quattordici anni, stupita dall’orrore e dalla cattiveria. Sprofondata nella solitudine, nel freddo e nella fame. Non capivo neanche dove mi avessero portato: nessuno allora sapeva di Auschwitz.”

Aveva tredici anni ed era orfana di madre da quando aveva solo un anno, ma era felice perché aveva tutto l’amore del suo papà. Viveva a Milano, con lui e i nonni paterni in corso Magenta.

Poi sono arrivate le leggi razziali, le limitazioni, l’abbandono e i tradimenti degli amici e dei conoscenti, le umiliazioni.

“Mi restò per anni la sensazione di essere stata cacciata per aver commesso qualcosa di terribile, che in seguito tradussi dentro di me come “la colpa di essere nata”; perché altre colpe certo non ne avevo: ero una ragazzina come tutte le altre.”

Poi sono arrivati i bombardamenti, la caccia agli ebrei e la guerra. Nascondigli e rifugi segreti in giro per l’Italia non l’hanno salvata dall’ordine di deportazione che arrivò poi poco dopo.

Un’esperienza che non va dimenticata

Il resto della sua storia poi continua ad Auschwitz, tra il freddo e la desolazione di quei campi che svuotavano giorno dopo giorno il suo corpo e la sua anima. Qui, Liliana salutò per l’ultima volta suo padre. Un anno e mezzo trascorso nel campo di concentramento che ha cambiato per sempre la sua vita. Quei giorni sono lividi del cuore che non scompariranno mai.

Poi nel 1945, con l’avanzata dei russi, i nazisti evacuano il campo. Insieme agli altri prigionieri sopravvissuti raggiunge Malchow in Germania.

Era Agosto del 1945 e Liliana Segre sale su un altro treno, quello della liberazione che la riporta finalmente in Italia, libera e viva ma condannata a un dolore eterno. Ed è quella sofferenza che è custodita nella sua instancabile e feconda memoria dove vive chi non ce l’ha fatta, quelli che lei definisce “i santi martiri” e tutte le vittime di Shoa. Lei che ha trasformato la sua stessa vita in un memoriale, per non dimenticare.

“Coltivare la Memoria è ancora oggi un vaccino prezioso contro l’indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e di sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza e la può usare.”

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